Dove finisce il desiderio, condivisibile, di mettere a disposizione la propria esperienza personale e inizia l’esercizio di mero narcisismo? Ovvero: cosa sta diventando LinkedIn?

Tutti i social sono autoreferenziali. È la loro natura. Ma è #LinkedIn quello che in questo momento, più degli altri, si sta evolvendo in questa direzione: persino Instagram, per dire, ha scoperto che ai giovani piace postare selfie brutti. LinkedIn invece ribolle di un’inscalfibile volontà di perfezione.

Da quando siamo usciti dalla dimensione dell’ufficio, con la pandemia, il “dentro casa” ha iniziato a contaminare il feed. Il punto di partenza è stato il filone dedicato a quella che allora era la novità dello smartworking: ve lo ricordate? La rivoluzione del 2020. Da lì in avanti, però, normalizzato lo smartworking, questa narrazione è diventata molto pervasiva, al punto che oggi la vita privata è diventata parte integrante dello #storytelling. La conseguenza, abbastanza grottesca, è stata trasformare in “sfida professionale” qualunque cosa. La #famiglia, in primis, ma a volte addirittura anche faccende molto più delicate, come i lutti, gli incidenti e le malattie. Tutto diventa “battaglia da vincere” e quindi poi “successo”. Una spettacolarizzazione di sé un po’ impropria per un social network che nasce per condividere competenze ed esperienze che attengono al mondo del #lavoro.

Crescere figli e lavorare da casa è ormai raccontato come un unico “super job”, ed è in buona compagnia. Siamo circondati da aneddoti di vita personale totalmente autoreferenziali che esaltano le scelte percepite come non convenzionali: mollare il posto di lavoro inadeguato (sul fenomeno “great resignation” abbiamo letto di tutto), prendersi una pausa, andare a vivere fuori città (“l’elogio della lentezza”), mettersi in proprio… contenuti dove la dimensione egoriferita io/noi (anche la coppia è un mestiere!) domina incontrastata.

Di fatto, si tratta di post non professionali che però vengono ricondotti con stratagemmi consolidati alla sfera lavorativa. Metafore più o meno riuscite di quanto si è vincenti. Persino l’elogio dell’errore, che ha spopolato, alla fine si svuota in falsa modestia. Certo, questi post hanno il merito di evidenziare nuove abitudini e nuovi modelli in cui le aziende che non sanno/non vogliono armonizzare vita privata e professionale sono destinate all’obsolescenza. Parallelamente, però, sono spesso solo delle enormi bolle in cui mostrare quanto si è cool a crescere un figlio o ad aver deciso di abitare in campagna perché lì sì che i ritmi sono a misura d’uomo.

Dove vuole andare LinkedIn? E cosa si ottiene, usandolo in questo modo? Si trova lavoro? Si trovano clienti? O a mettere in piazza il proprio privato si collezionano solo tantissimi applausi e cuoricini? E se è così: ne vale davvero la pena?

 

8 settembre 2022



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